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LOBACH Marina

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20/05/2016 10:56 · LOBACH Marina... LOBACH Marina #355801
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Intervista a Marina Lobach di Valeriya Shvyryeva, Sport Panorama 16.04.2016

Attendo Marina Lobach all’ingresso della palestra. “Allunga il braccino, la schienuccia dritta, mento in su!” la campionessa olimpica di ginnastica ritmica esorta perentoriamente le piccole “Grazie”. Adesso Marina Vikenteva prepara magistralmente le future campionesse e sa sulla ginnastica assolutamente tutto. Ma a sette anni non sospettava nemmeno l’esistenza di questo sport.
- Da piccola, delle discipline sportive conoscevo, probabilmente, solo l’hockey. Mi ricordo come la sera con papà ingannavamo il tempo davanti alla televisione tifando per la nazionale dell’URSS. Anche se a me è sempre piaciuto rigirarmi davanti allo specchio, cantare e ballare. E quando a scuola hanno iniziato a reclutare le bambine per il gruppo di ginnastica ritmica ho pensato: “Questa è la cosa per me!” Peraltro le mie lezioni avrebbero potuto terminare non appena iniziate: la nostra allenatrice è andata in maternità. E solo quando per graduatoria è stata mandata a lavorare nella mia città natale Smaljavičy Irina Yurevna Leparskaya è stato rifatto il gruppo.
- Da quel momento, alunna della prima classe, ha iniziato ad andare a Minsk per gli allenamenti del sabato…
- Mi avevano raccomandato all’allenatrice esordiente Galina Krylenko. Facevo la pendolare fra la capitale e Smaljavičy con i trenini locali. Papà mi veniva a prendere alla stazione. Qualche volta mi portava in macchina il marito di Galina Aleksandrovna. Certo, i miei genitori erano molto in ansia per me, ma non tentavano di opporsi alla mia passione. Mi hanno sempre incoraggiato, cosa di cui li ringrazio molto.
- Lei è diventata indipendente molto presto…
- A dieci anni, quando mi sono trasferita a Minsk e sono entrata alla Scuola Statale di Preparazione Olimpica. Se devo ammetterlo, era difficile. Praticamente ero una bambina piccola, ma bisognava fare la brava, organizzarsi la vita quotidiana. Dovevo arrivare in tempo e prepararmi, e mettere in ordine la stanza. E per queste cose ci davano dei voti. Se non mettevo bene in ordine la volta dopo ritoccava a me. La disciplina era rigida. In compenso poi nella vita mi è servito.
- Un fatto interessante: durante tutta la sua carriera lei si è esibita esclusivamente a piedi nudi…
Adesso le ragazze portano delle mezzepunte comode e morbide, ai nostri tempi erano di pelle e abbastanza dure. A proposito, talvolta le atlete si cucivano le scarpette da sé. Così io per principio rifiutavo le scarpe da ritmica scomode anche se mi guadagnavo ferite e scorticature. Niente di grave, mi mettevo un cerotto e di nuovo in battaglia.

UN SOLDINO PER LA FORTUNA

Non molto prima delle Olimpiadi di Seul dove ha conquistato l’oro, prima campionessa olimpica sovietica nella ginnastica ritmica, si era storta una caviglia…

- È successo il giorno prima della partenza, durante l’allenamento di verifica. Si immagini il livello di responsabilità: in palestra c’erano i funzionari sportivi e le allenatrici dello Stato, gli atleti sovietici si preparavano per i Giochi dopo una lunga assenza…E lì un tale contrattempo. Allora avevo i nervi a fior di pelle. Sembrava che la mia vita sportiva con questo fosse terminata. A superare questo stato di abbattimento mi ha aiutato lo psicologo della squadra. Io mi sono un po’ tranquillizzata, pensavo “c’è ancora una settimana alle gare, i dottori mi aiuteranno, il piede guarirà subito e tutto andrà bene”. Il piede, tra l’altro, davvero non mi ha tradito in pedana, visto che ho potuto gareggiare senza dolore.
- Una persona superstiziosa probabilmente avrebbe interpretato l’infortunio come un brutto segno…
- Sa, in realtà anche io credo ai segni. Io avevo una mia pensata. Se alle gare importanti trovavo un soldino sarebbe andata bene. E questo segno funzionava sempre! Nella stessa Seul prima dell’Olimpiade ho trovato una monetina. Qualcuno probabilmente l’aveva buttata come gesto portafortuna e io l’ho raccolta. (Ride).
- Perché ha deciso di ritirarsi dalla ginnastica già dopo il trionfo di Seul, a diciotto anni?
- Mi attengo al principio che bisogna andarsene con stile. A cosa avrei potuto aspirare di più alto nel futuro? Un anno dopo la vittoria ai Giochi io mi allenavo, più esattamente cercavo di superarmi. Ma neanche i tentativi di persuasione delle allenatrici sono riusciti a farmi cambiare decisione, fine della carriera sportiva.
- Nonostante ciò alcuni anni dopo lei non ha mantenuto la sua avventata promessa: dopo la ginnastica ritmica nessuna ginnastica ritmica…
- Dopo essermi ritirata, nella mia vita si era creato un certo vuoto, come se mi trovassi ad un crocevia della vita. Non riuscivo a decidere di cosa volessi occuparmi poi. Un periodo non facile. Ho iniziato a lavorare come allenatrice dello Stato ma ho capito in fretta che i lavori burocratici non sono per me. In compenso 12 anni fa ha visto la luce la mia creatura, la scuola di ginnastica ritmica che porta il mio nome. Una volta Gennadiy Ketsko, direttore della rappresentanza del Comitato Olimpico Nazionale nella Regione di Minsk mi ha proposto questa idea: “Dai Marina, proviamo, noi ti sosterremo”. Meglio, mi ha addirittura convinto. Io, devo ammetterlo, ho esitato a lungo poiché mi rendevo perfettamente conto di tutti i rischi di un passo del genere. Riflettevo se avevo bisogno di questa cosa. Ho accettato. Abbiamo provato. Tanto più che il Comitato Olimpico Nazionale ha mantenuto la sua promessa e sostiene fortemente la mia scuola. Al mondo sono popolari delle istituzioni dove non allevano campioni olimpici ma promuovono lo sport, la bellezza e uno stile di vita sano. Allora perché questo non può esserci anche da noi?
- Nel periodo in cui cercava se stessa è partita per andare ad allenare in Italia…
- Mi sono fermata nel sud del Paese, in Calabria. Gli Italiani, il clima e la cucina sono semplicemente magnifici, cosa che non puoi dire delle condizioni di preparazione delle giovani ginnaste. Da noi sono di gran lunga migliori. Per questo molto presto ho avuto voglia di tornare in Patria. Perché esercitare lì se si può fare qua. Sono una patriota della mia terra.
- Probabilmente le visite alla sua città natale Smaljavičy per lei sono piene di emozioni….
- Quando vado nei posti cari al mio cuore, la casa dove sono nata, la scuola, la scuola dello sport, mi viene un peso sul cuore…Dall’alto degli anni vissuti mi sembra che riavvolgendo indietro il film della mia vita non avrei il coraggio di ripetere di nuovo il mio destino e non lascerei la casa paterna.
Smaljavičy è famosa anche per un’altra campionessa olimpica, la campionessa sovietica di ginnastica artistica Antonina Koshel’…
- Sì. Qualche volta ci incontriamo, Antonina Vladimirovna ed io, a manifestazioni sportive e in realtà percepiamo una specie di legame di parentela... Benché nella nostra città non ci siamo mai incontrate, ma non sempre i parenti si conoscono.

NON VOGLIO FARE COME TUTTI

- So che anche le sue due figlie hanno provato la ginnastica ritmica…

- Dopo aver lavorato per sei mesi con la maggiore, Irina, ho capito che non voglio un destino del genere per mia figlia. Per prima cosa non avevo la possibilità di portarla in palestra ed andarla a riprendere tutti i giorni. In secondo luogo non voglio assolutamente che mia figlia venga paragonata a me. In realtà non ho dovuto metterci molto a dissuadere Ira dalla ginnastica, adesso studia all’Università Statale Bielorussa di Informatica e Radioelettronica. Anche la minore, Nadezhda, ha praticato un po’ nella mia scuola, più che altro per lo sviluppo generale, ma a sei anni si è appassionata al tennis da tavolo a cui gioca ancora oggi con successo.
- Imparare a padroneggiare i vari attrezzi di ginnastica ritmica è difficile nello stesso modo?
- È interessante nello stesso modo. In realtà nel tempo si sono trasformati. Ancora alle Olimpiadi io gareggiavo con il cerchio di legno, allora i lividi non si potevano contare. Una volta una clavetta mi ha sbattuto forte sul viso. Niente di grave, sono sopravvissuta. (Ride). In compenso ho rotto talmente tanti specchi a casa, quando facevo le prove con la musica! Gli attrezzi di adesso sono più piacevoli, di plastica. Ma ai nostri tempi alcuni attrezzi li fabbricavamo da noi. Ad esempio, le clavette me le aveva fatte mio papà al tornio con un travetto di legno. La palla la compravamo in un negozio normale, levigavamo gli spuntoncini, la dipingevamo e l’attrezzo era pronto. Allo stesso modo ci procuravamo i nastri, 15 copechi al metro, che alle gare potevamo scambiare con un altro attrezzo. Ci davamo da fare come potevamo.
- Gli attuali costumi delle “Grazie” sono abbondantemente abbelliti con strass e costano considerevoli soldi. Ai vostri tempi era più semplice?
- Anche quelli li cucivamo da noi. Allora le nuotatrici avevano dei costumi da bagno di ottima tessitura, elastici, piacevoli da indossare. E così uno dei miei primi body è stato cucito…con un costume di questo tipo. E impazzivo per questo “vestito elegante”. Quando poi abbiamo iniziato ad andare fuori a fare le gare qualche volta i Giapponesi regalavano alle partecipanti dei body di loro produzione. Vivaci, colorati. Era una delizia! Addirittura posavamo indossandoli per i giornali locali.
- Nel collettivo delle “Grazie” c’è posto per la vera amicizia femminile?
- Certo. In Nazionale avevo tre amiche-rivali: Anna Kochneva, Tatyana Druchinina e Marina Nikolaeva. Fino ad oggi manteniamo i legami anche se la vita ci ha sparpagliato per il mondo. Anya vive negli USA, sua figlia Nastya Liukin è diventata campionessa olimpica di ginnastica artistica, Tanya prepara i campioni olimpici di pattinaggio artistico in Russia e sempre lì, con la Nazionale di ginnastica ritmica, lavora Marina.
- Si dice che una ginnasta che abbia appena superato i vent’anni sia già una veterana…
- Adesso la ginnastica sta “diventando adulta”. Guardi la spagnola Carolina Rodriguez che ha deciso di andare alle Olimpiadi a ventotto. Ed è una cosa normale. Basta che ci sia la salute. Quando mi sono ritirata a diciotto anni io già sentivo che fisicamente facevo fatica. Avevo avuto la malattia di Osgood-Schlatter, a causa della quale per due anni non riuscivo a stare sul ginocchio, mi sono guadagnata problemi con la spina dorsale. Lo sport senza traumi purtroppo è impossibile.
- Lei aveva dei fan personali?
- Uno spagnolo mi viaggiava appresso in tutto il mondo, mi sosteneva in tutte le gare importanti. Una volta mi ha fatto perfino una piacevole sorpresa: mi ha donato un collier. A proposito, siamo riusciti a conoscerci personalmente soltanto al termine della mia carriera. Io ero andata ad un torneo come giudice, lo spagnolo si è avvicinato e si è presentato. Sono stata felice di conversare con un ammiratore affezionato.
- La sua metà non viene dal mondo dello sport?
- No, cosa di cui sono lieta in maniera indicibile. Un’unione sportiva? Non ho mai voluto quello che vogliono tutti.
- Come si distrae dalla ginnastica ritmica?
- Coltivo i fiori. Se il tempo non mi tradisce nelle aiuole della mia dacia fanno bella mostra gladioli, dalie, astri, tulipani, narcisi. Invece con le piante d’appartamento è in corso una guerra continua con il gatto. Le figlie scherzano, che alla fine resteranno o la bestia o le piante. Ma io cerco di far restare interi tutti.

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Beatrice Vivaldi

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