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Prima di tutto

Il palazzetto incombeva su di me. 

Sospirai, pensando che entro poco meno di due minuti la mia esperienza sarebbe diventata il mio più bel ricordo, o il mio peggior incubo. Un minuto e mezzo. Sembra quasi una beffa, doversi preparare così minuziosamente per parecchi mesi e sacrificare tutto questo lavoro in novanta secondi. Considerando la cosa dal punto di vista logico è assurdo. Ma la vera assurdità è che nonostante tutto quello che avevo passato, i sacrifici, le rinunce, i pianti, i dolori, io ero ancora lì a mettermi in gioco. 

Senza quasi accorgermene, avevo chiuso gli occhi e ripassavo mentalmente i punti cruciali dell’esercizio. Benché avessi le palpebre serrate, percepivo alcune presenze vicino a me. Qualcuno stava certamente con le braccia conserte, apparentemente tranquillo, ma in realtà parecchio nervoso: la mia allenatrice. Come deve essere difficile dover star fuori a guardare, senza poter intervenire in alcun modo! Il lavoro lo avevamo fatto insieme, ma ora lei era impotente: tutto era nelle mie mani. Le mie compagne se ne stavano un poco più distanti, guardandosi attorno e apparendo quasi disinteressate a ciò che stava per accadere, quasi per un ultimo rito scaramantico. E poi sugli spalti c'erano loro, i miei genitori, la mia famiglia, i miei amici, pronti ad esultare in ogni caso. 

Con una voce squillante lo speaker finalmente mi annunciò, storpiando leggermente il mio nome. Riaprii gli occhi stringendo l'attrezzo, il mio attrezzo. Ci avevo passato talmente tanto tempo insieme negli ultimi tempi che ormai lo sentivo parte di me stessa, un prolungamento del mio corpo, un alleato. Sapevo che, rimanendo concentrata e non troppo tesa, il mio amico avrebbe eseguito ciò che desideravo.

Una mano fredda e leggera si posò sulla mia spalla per un istante, poi si ritrasse timorosa. Sentii con sollievo che in quel momento c’ero, ero presente, ero io a decidere come le cose dovevano andare. Non il pubblico sugli spalti che mi acclamava. Non la giuria che mi fissava con occhi critici. Non il mio corpo. Era la mia testa che decideva cosa fare.

Camminai verso la pedana di moquette con passo deciso, salutai i giudici con uno sguardo verso di loro. In quel momento mi dissi “o la va o la spacca”, ma sentivo che l’agitazione cominciava ad entrare in circolo, a irrigidire i miei muscoli, a contrarre la mia espressione. Era normale. Quella sensazione l’avevo avuta alla mia prima gara, quando dimenticai tutto l’esercizio e uscii di pedana piangendo, e l’avrei avuta sempre. Un tempo qualcuno mi aveva detto che se non c’è agitazione, se non c’è un minimo di paura, si rischia di diventare banali, imprecisi, e soprattutto poco grintosi.

I coraggiosi non sono coloro che non hanno paura, ma coloro che la paura la sanno controllare. E in quel momento sapevo di essere abbastanza forte per poterla sconfiggere e dare il meglio di me.

Mi sistemai nella mia posa iniziale, l'attrezzo stretto al petto.

Feci un respiro profondo.

Due.

Tre.

Ding...

 

 

Beatrice Vivaldi

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